Giovedì Musicali alla Praeneste: 17 ottobre ore 19.00
Stagione concertistica 2013 2014
Trio con pianoforte
PROGRAMMA:
L. van BEETHOVEN (1770-1827)
TRIO op. 70 n. 1 in Re Maggiore “Gli Spettri” – per pianoforte, violino e violoncello
- Allegro vivace e con brio
- Largo assai ed espressivo
- Presto
J. BRAHMS (1833-1897)
TRIO n. 1 op. 8 in Si Maggiore – per pianoforte, violino e violoncello
- Allegro con brio
- Scherzo: Allegro molto
- Adagio
- Allegro
Trio con pianoforte, Elementi dell’AVOS Piano Quartet
MIREI YAMADA, Violino
ALESSIO PIANELLI, Violoncello
MARIO MONTORE, Pianoforte
Note al concerto, a cura di Simone Ciolfi
L’evocazione degli spettri ha sempre qualcosa di sinistro ma anche di estremamente romantico. Lo strano titolo dato a questo Trio con pianoforte di Beethoven, composto nel 1808 ed eseguito per la prima volta nella casa della contessa Marie Erdòdy, si spiega con la presenza di alcuni abbozzi che suggeriscono come l’ispirazione del compositore, nel secondo movimento del Trio, possa essere stata legata a suggestioni tratte dal Macbeth di Shakespeare. E in effetti il Largo assai ed espressivo, dal quale deriva il sottotitolo, si apre in un’atmosfera soffusa, quasi irreale. Tre note cantate sottovoce dagli archi, seguite da un inciso con un abbellimento in terzine del pianoforte, fanno da preambolo a un canto melanconico e struggente degli archi. Dopo un breve interludio pianistico, riappare lo spunto iniziale che Beethoven fa fiorire nella serenità del modo maggiore, con appassionate reiterazioni dell’inciso in terzine da parte degli archi. Il tutto ha una suggestione magica che esula dal puro fatto musicale collegandosi alla letteratura e alla pittura. Leggere la musica, e soprattutto quella di Beethoven, nel suo solo ambito è infatti deprivante oltre che erroneo. Il Trio, almeno in quel movimento, rievoca dunque l’orribile delitto di Macbeth e la minaccia continua che l’ossessione e il senso di colpa operano sulla sua psiche.
Se si eccettuano un giovanile Trio disconosciuto dall’autore e pubblicato postumo, e lo Scherzo dalla cosiddetta Sonata FAE, il Trio op. 8 è la prima vera composizione della cameristica di Brahms. Il momento che vede la nascita del Trio con pianoforte op. 8 è uno dei più intensi della vita del compositore, segnato da incontri ed eventi di rilevanza centrale in una biografia, come quella di Brahms, scevra di grandi rivolgimenti. Il giovane autore, ventenne, pose mano alla partitura nell’estate del 1853, dopo aver fatto ad Hannover la conoscenza di Joachim, e la ultimò nel gennaio successivo, tre mesi dopo essere stato “rivelato” da Schumann con l’articolo Neue Bahnen apparso sulla Neue Zeitschrift fur Musik. Nel marzo 1854 Brahms, accorso presso Clara Schumann, allo scatenarsi della follia di Robert, presentò la composizione all’amica, che ne doveva essere poi la interprete il 18 dicembre a Breslavia. Occorre attendere 34 anni per vedere nuovamente affacciarsi il Trio nella biografia brahmsiana. Nel 1888 l’editore Simrock stimolò il compositore a una nuova pubblicazione del brano. Il 3 settembre scriveva a Clara «Non puoi immaginare con quale fanciullaggine ho trascorso i bei giorni estivi. Ho riscritto il mio Trio in si maggiore e posso chiamarlo op. 108 invece che op. 8. Non sarà più rozzo come prima – ma sarà migliore?». Parole che tradiscono la consapevolezza che la seconda versione costituiva qualcosa di sostanzialmente diverso rispetto alla prima; e infatti la nuova versione non sostituì la prima, ed entrambe continuarono a venire pubblicate ed eseguite. Ciò non deve lasciar supporre una superiorità dell’ultima sulla prima versione (superiorità già messa in dubbio dallo stesso autore). Già nella sua veste primigenia il Trio op. 8 costituiva un grande risultato. Rispetto alla tradizione puramente intrattenitiva del genere del Trio per pianoforte e archi Brahms aveva “nobilitato” il genere, infondendo nella partitura una tensione romantica, una densità sinfonica che dovevano poi rimanere tratti costitutivi ed emblematici di tutta la cameristica del maestro di Amburgo.